Fahrenait 451 ad Ales

Maria Stella Rasetti, bibliotecaria di conclamata reputazione nell’ecumene formativo del settore, ha ricordato ieri, nell’ambito di un’opportuno corso promosso da AIB Sardegna su «La biblioteca e la sua reputazione», omonimo titolo della sua ultima fatica libraria, lo strano caso dei netturbini di Ankara. Alle voci biblioteca e netturbini dieci pagine buone di Google vi erudiranno sulla vicenda. In breve: nella loro inesausta ed essenziale attività sembra che i netturbini abbiano trovato nei cassonetti della capitale turca una quantità tale di libri da decidere di formare una straordinaria quanto improvvisata biblioteca. Certo non rispondente alle esigenze di una carta delle collezioni, ovvero quei criteri programmatici e informativi della biblioteconomia che sottendono la formazione di una vera biblioteca. Forse non così rispondente, ma immagino organoletticamente più connotata di qualsiasi biblioteca oggi esistente. Tuttavia l’episodio è stato assunto come significativo ed esemplare, raccontava la Rasetti, dalla regione italiana più evoluta nell’organizzazione bibliotecaria: la Lombardia. Ma Dio non esiste, il comunismo neanche, quindi tutto è permesso.

Ben altra ventura toccava ad alcuni libri ad Ales. Nel paese natale dell’italiano più letto e tradotto al mondo, Antonio Gramsci, era consuetudine ricorda Vera Olla, classe 1923, che gli eredi (leggasi nipoti) dei numerosi membri del corpo canonicale del capitolo diocesano di Ales passati a miglior vita, avviassero ad un fuoco liberatore, nell’attuale area del mercato locale, l’interezza delle biblioteche degli zii. “Di poniant fogu!”, dice Vera, attribuendo la sciagurata azione al fatto che, nemesi storica, ai coltissimi canonici corrispondessero nient’altro che gli ignorantissimi nipoti, incapaci di capire il valore del patrimonio librario che destinavano all’orrenda pira. Ma è stato veramente così nella totalità dei casi? O mani caritatevoli o più semplicemente interessate hanno sottratto qualche tomo all’infausto destino ? Pratica invalsa era, nella prima metà dell’800, che gli editori tipografi stabilissero l’entità della tiratura di un’opera di rilievo sulla base del numero dei sottoscrittori. Il secondo volume della Storia di Sardegna di Giuseppe Manno, per i tipi di Andrea Alliana (Torino, 1827), conserva un addendum con «Elenco dei novelli sottoscrittori». Ad Ales, come testimonia l’immagine in testa, il numero di acquirenti, di cui nessuno di estrazione laicale, veniva immediatamente dopo Cagliari e Sassari; otto copie per cinque canonici e due rettori, infine una per il Seminario Tridentino. Un esemplare del volume faceva parte della “sezione locale” della biblioteca di Luigi Olla, padre di Vera, il cui nonno aveva acquistato la casa dal canonico Scano Floris, uno dei sottoscrittori dell’opera. Ecco dunque spiegata la sopravvivenza. Nel caso della Storia Letteraria di Sardegna di Giovanni Siotto Pintor, licenziata dalla Tipografia Timon di Cagliari fra il 1843 e 1844, la rappresentanza alerese nel primo volume era più varia per estrazione professionale, ma più contenuta per numero: Fenu Efisio, sostituto procuratore fiscale, Floris Tore notaio Giovanni Antonio, segretario del mandamento, Ortu reverendo Raimondo, beneficiato, Serralutzu avvocato don Cristoforo, giudice, Tuveri reverendo Raimondo, canonico. Nel secondo volume si aggiungono : Atzeni avvocato Antonio, giudice del mandamento e Diana canonico dottor don Efisio, vicario generale del vescovo. Nel caso di questi ultimi due volumi s’ignora come siano pervenuti alla biblioteca di Luigi Olla. Un alone di mistero è decisamente preferibile ad uno di fumo che precede, come è noto, la fiamma.

Luigi Manias