100 ben portati

Parigi nel ‘900 fu tra le due guerre la capitale europea che più di ogni altra annoverava, causa un diffuso culto per il bel libro composto a mano con caratteri mobili di fonderia, su carte pregiate, con incisioni di artisti rinomati e con rilegature sontuose, il più alto numero di società bibliofile. In quegli anni si consolidò la fama di grandi editori (Gallimard, Grasset, Plon, ecc.) e imprese tipografiche (Coulouma, Pichon, Jou, ecc.). Non è casuale, ad esempio, che Alberto Tallone decise di fare il suo apprendistato tipografico a Parigi presso l’atelier di Maurice Darantiere, il raffinato e coraggioso tipografo editore che, fra i tanti capolavori, licenziò la prima edizione dell’Ulisse di Joyce. In questo favorevole contesto non era infrequente che intellettuali con un’accesa sensibilità bibliofila si dedicassero all’arte tipografica. E’ il caso di Maurice Devigne (Angouleme 1885 – Parigi 1965), giornalista, poeta, studioso di folklore, fondatore di di riviste d’arte, primo direttore della Fonoteca Nazionale, che nell’incanto dell’isola di San Luigi impiantò un’esiziale tipografia composta da un torchio a mano verticale e da qualche cassa di caratteri, sotto l’evocativa insegna editoriale de L’Encrier (L’Inchiostro). Il suo esordio avvenne esattamente 100 anni fa, nell’agosto del 1921, con suo breve romanzo Janot le jeune homme aux ailes d’or, una storia affascinante, narrata con uno stile delicato che imita movenze antiche. Un piccolo volume dal formato contenuto (17,3 x 11.5 cm). 136 pagine di rara grazia e bellissima fattura. La stampa del testo fu affidata da Devigne a Jouet & Brillard, una tipografia parigina di grandi capacità tecniche e versatilità fondata nel 1851. Si riserva però al torchio a mano, allocato nella prima sede della sua privatissima tipografia al 74 di rue du Bac, la realizzazione delle otto belle xilografie a colori di Georges Gimel “et autres agréments”. Il volumetto, che ebbe una seconda edizione per altro editore nel 1925, è la seconda opera di Devigne dopo Les Bâtisseurs de Villes (apparso col nome di Georges-Hector Mai, Gastein-Serge, Parigi, 1910, con 8 disegni di André de Székély e un ritratto dell’autore) ed è provvido di informazioni. Nella prefazione editoriale, oltre ad invocare soccorrevole indulgenza per l’operetta, Devigne ne giustifica il formato perché amabile, modesto e comodo da mettere in tasca. Ma sarà l’unico libro stampato, sebbene con piacere, a sue spese poiché, precisa, i suoi romanzi, troppo voluminosi, è meglio siano di esclusivo appannaggio dei grandi editori. Il testo, composto con un nitido, pieno e piacevole Elzevier corpo 8 di Peignot, è quello imposto dal formato. Ma si ripromette per il 1922 di usare il nobile e nero Didot corpo 14, presumibilmente fornito dalle Peignot o Deberny, che unitisi nel 1923 diventeranno la più importante fonderia di caratteri in Francia (Alan Marshall, Du Plomb à la lumière, Editions de la Maison descience de l’hommes, Paris, 2003, pp. 195 – 196). Segue un prudente programma editoriale per l’incombente autunno: Le producteur, un inedito di Stendhal; Les Contes, in versi, dell’Abate Grécourt; La Paysanne nue, poesie di Jean Saint – Guy. Devigne ha chiesto a Vincent Muselli l’Anneau de Venus; delle poesie a Tristan Deréme e al giovane Philippe Chabeneix. Pensa finalmente di dare alle stampe il suo Le Cheval Magique, su quale lavora da dieci anni. Intende anche pubblicare un’opera di Bernarde Marcotte, del “Tenente Marcotte”. E conclude colloquialmente: “Mai tout cela dependra de toi, lecteur inconnu, mon modeste et necessaire actionaire. Et cel dependra aussi, sans doubte, du gout que j’aurais mis à assemblere les choses visibles, de la foi que j’aurai mis à faire vivre les choses invisibles.” Dalla giustificazione di tiratura di questa prima edizione si apprende che è composta da un esemplare unico, fuori serie, con una suite delle silografie originali di Gimel, siglato dall’autore e dall’incisore, con copertina speciale; da 10 esemplari su carta giapponese (numerati da 2 al 10); da 15 esemplari su carta olandese (numerati da 11 a 25) e infine da 334 esemplari su carta velina (numerati da 25 a 334). Ma i lettori, per fortuna, non sono sempre sconosciuti, grazie alla consuetudine di Devigne di apporre sulla carta di guardia interessanti dediche, come quella che orna la copia 296 su carta velina destinata: “A Raymond Clauzel, le premier livre che j’ai tentè de faire et dont le caracteres nettement plus clers de L’Encrier”. Devigne si riferisce all’omonima rivista da lui fondata nel 1919, sempre affidata alle cure di Jouet & Brillard che, nemesi storica, aveva una qualità di stampa quantomeno discutibile, da cui intendeva riscattarsi. Luigi Manias