Un’opportunità per l’apicoltura?

Nel 1995, cioè 25 anni fa, Mauro Pusceddu e chi scrive redigevano a Montevecchio un documento che chiedeva, con l’attuazione di tutta una serie di istanze, il riconoscimento della specificità dell’apicoltura come attività agricola – zootecnica a tutti gli effetti. Tuttavia le produzioni apistiche in termini di fatturato sono esiziali rispetto ad altri comparti agricoli. In Sardegna ad esempio, sovrastimando l’intera produzione regionale, ovvero imputando ad ogni alveare dichiarato nella Banca Dati Apistica un reddito di 500 euro, il fatturato complessivo della filiera regionale apistica raggiunge a stento quello della principale ditta sarda di turaccioli di sughero. La funzione e rilevanza principale dell’apicoltura, non solo sarda ovviamente, non è quella di produrre api regine, nuclei d’api, miele, polline, pappa reale, propoli, cera, veleno d’api. Sarà utile ricordare che il comma 1 dell’art. 1 della Legge 24 dicembre 2004, n.313 Disciplina dell’apicoltura recita: “La presente legge riconosce l’apicoltura come attività di interesse nazionale utile per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura in generale ed è finalizzata a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversità di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine. “ Di egual tenore e senso i commi 1 e 2 della Legge Regionale 24 luglio 2015, n. 19 La Regione riconosce l’apicoltura come attività agricola di interesse regionale ai fini della conservazione dell’ambiente naturale e dello sviluppo sostenibile delle produzioni agricole in quanto concorrente a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversità ambientale. La Regione disciplina, tutela e valorizza l’apicoltura e promuove la salvaguardia delle specie apistiche, con particolare riferimento alla razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e alle popolazioni di api autoctone tipiche.” Ed è per questa funzione che le norme prevedono provvidenze a favore delle aziende apistiche, che attualmente campano, in non pochi casi assai stentatamente, grazie ai prodotti dell’alveare. Pertanto ritengo che oggi la principale battaglia che gli apicoltori dovrebbero combattere è quella che riconosca economicamente, ovvero con una adeguata remuneratività, questo servizio nella sua specificità, dato che sinora viene reso, al netto dei contributi concedibili, gratuitamente. Ma gli apicoltori e i loro organismi di rappresentanza sono coscienti di questa opportunità e intendenderebbero di conseguenza perorare la causa nelle sedi deputate?      Luigi Manias