Itte missa esti?

Il 6 agosto si è celebrato il 40° anniversario della morte di Paolo VI, «papa della modernità», rottamatore del latino a favore dei volgari, che il prossimo 14 ottobre sarà proclamato santo. Senza di lui non ci sarebbe stato un altro evento: Sa die de sa Sardigna 2018, cattedrale di Cagliari, monsignor Angelo Becciu, sostituto della segreteria di Stato, pattadese, ora potente cardinale, ha pronunciato l’omelia e parti della liturgia in lingua sarda. Bene! Precisano però le cronache: in logudorese. Beh…. Monsignor Alberto Pala, parroco della cattedrale, svela che “un gruppo di esperti sta lavorando alacremente per preparare i formulari da sottoporre al Vaticano” per la messa in limba, “per avvicinare le persone alla fede”. La notizia passa un po’ così, senza clamore. Ma come, dalla capitale del campidanese la Chiesa spinge la messa in logudorese? Un déjà-vu della LSU (Limba Sarda Unificada) e della LSC (Limba Sarda Comuna), che il compianto Giulio Angioni definiva «assurda violenza contro i sardi». Quanti si vorrebbe così avvicinare alla fede? Il logudorese interessa un’area che conta 376.981 abitanti (28,2% del totale), il campidanese 877.343 (65,6%); si dia metà per uno degli 82.413 dell’anfizona (6,2%): Campidano batte Logudoro 3 a 1! Quindi tre sardi su quattro non masticano la “limba”. Non avevano sepolto il latinorum perché oscuro al popolo, quindi antidemocratico? Così, nel 1964 Paolo VI volle una messa moderna, che convincesse gli increduli, e per disegnarla si circondò di protestanti, massoni e omossessuali: per i primi i pastori George, Jasper, Shephard, Konneth, Smith e Max Thurian; per i grembiulini monsignor Annibale Bugnini, secondo la lista Pecorelli, iniziato il 23 aprile 1963, codice 1365/75; per la lobby gay monsignor Gregory Baum che pensò meglio non fare outing per non pregiudicare la sua ”influenza come teologo critico”. Risultato: la messa che conosciamo, tutta chitarre, bonghi e strette di mano. Il «papa della modernità» aprì le porte della Chiesa … ma ne fuggì la maggior parte. La Conferenza episcopale brasiliana, atterrita dalle apostasie di massa, ingaggiò Alex Periscinoto, guru del marketing, per scoprirne le ragioni. Il responso fu brutale: avete soppresso un marchio mondiale — con simboli, slogan, rituali e “divise aziendali”, forme, musiche, strumentazione dedicata, suoni, jingle e lingua riservata — e un mercato monopolizzato (a parte il laicismo di stato). Al suo posto una struttura indefinita ed effeminata, pacifista, mondialista e immigrazionista, un po’ islamista, un po’ buddista, e anche un po’ irenista, un po’ assistenza, un po’ finanza e tanta concupiscienza. La Chiesa è passata dall’offerta di Grand Cru in confezione lusso ai vinelli in brick senza etichetta: pop ma si bevono per disperazione. Gli altri rivendicano blasoni storici d’antiquariato, i cattolici solo modernariato. Bergoglio, convinto dell’inutilità dell’apostolato per attirare le pecore all’ovile, tanto c’è Maometto, Siddhartha e Lutero, ha spedito i preti, gli ultimi rimasti, a prenderne l’odore almeno: per avvicinarle dovranno farne il verso? Dalla babele alla ba-beeee-le. Scherzi a parte, le lingue nella liturgia sono affar serio. Il Grande Scisma del 1054 tra cattolici e ortodossi, per divergenze su un “semplice” filioque, tenne il greco di là e il latino di qua. Lutero gettò via il latino e abbracciò il tedesco, Enrico VIII l’inglese, gli ugonotti il francese. Tutto per il libero esame, così di denominazioni protestanti ce n’è un’infinità. Il problema del latino era l’oscurità o dava fastidio l’universalità? Nell’islam, nostro competitor diretto, che non si angoscia con dubbi e complessi, per ordine del Profeta, impone ovunque Corano e preghiere solo in arabo. E l’arabo è … appunto… arabo. Non sembra però scarseggi di fedeli né di nuove adesioni. E noi la messa in limba: per avvicinare e unire, non c’è che dire! Mala tempora per i credenti. Da Roma caput a Roma kaputt! Come ai tempi del Sacco dei lanzichenecchi. Oggi come allora non erano mancati i segni, come un fulmine che cadde in Vaticano. E un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, il giovedì santo del 1527, gridò a Clemente VII in San Pietro: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città». Quello lo ignorò e così fu.      Luciano Cau