Les meditations d’un Gourmande

Così didascalizza  la foto che lo ritrae nel suo atelier  Enrico Tallone di fronte allo “sfascio tipografico” del Manifesto dei Grand Estomac, prima edizione. Ma quali sono state le fonti ispiratrici del Manifesto?  Certamente Una storia dell’arte di vivere (Fogola, Torino, 1985: 273-276) di Pietro Gerbore (1899 – 1984). Di antica e nobile famiglia oriunda di Aosta, legata alla casata dei Savoia, Gerbore fu, scrive Piero Buscaroli nel risvolto di copertina del libro: “Diplomatico e successivamente scrittore di storia, memorialistica e genealogia, grande pratico della politica internazionale intesa in tutta la sua drammaturgia, fu un autore solitario, personalissimo, inclassificabile … La gastronomia, ch’egli chiamò con sottile disdegno del vocabolario sgradevole e ingombrante Arte del vivere, era, nella sua visione, parte inseparabile d’ogni civiltà vissuta e vivente, riflesso puntuale delle sue maniere, delle sue predilezioni e idiosincrasie – “La Storia dell’arte di vivere non è un libro per il popolo, ma per chi è nostalgico di una vita migliore”, scrisse in una delle sue ultime lettere.”  Gerbore riporta una testimonianza di Friedrich Sieburg (1893 – 1964), giornalista, scrittore e critico letterario tedesco, che nei suoi ricordi di Parigi descrive un pranzo, approntato da un’anziana cuoca, al quale era stato invitato dal professor Hervieux.  “Parecchi dignitari della intelligenza, fra i quali due membri dell’Accademia e due premi Nobel, facevano parte dell’eletta compagnia”. Il convivio avveniva in “una stanza da pranzo antiquata intorno a un tavolo rotondo, che non aveva decorazioni floreali, bensì diversi bicchieri di fronte ad ogni coperto … Piatti e bicchieri erano molto antichi, il disegno leggermente cancellato, qui e lì un margine sbocconcellato. La bellissima tovaglia d’una spessa tela d’Olanda mostrava piccoli danni, che tuttavia erano accuratamente rammendati.” Dopo gli antipasti un pasticcio di pesce di filetti di salmone e merluzzo, preparato con una marinade di sherry secco, apre  la dotta discussione se al pasticcio non dovesse essere aggiunta una cucchiaiata di purea di prugne. La seconda portata, un’anatra selvatica con salsa d’arance, suscita l’entusiasmo generale e precisazioni pertinenti, ovvero se l’arancia dovesse essere amara con una buccia triturata fine o se fossero indicate le rape purché stemperate nello zucchero. “Il benessere aveva raggiunto l’apice. Le loro biblioteche, le loro tabelle, i microscopi e i manoscritti, i convitati li avevano lasciati dietro a se, per abbandonarsi ad essere durante un’ora soltanto i figli di una terra benevola”.      Luigi Manias