Tragodori de Pau Abiaresu

Tragadori de Pau lo conosciamo come proprietario di un chiuso, forse modesto, presso l’ormai scomparsa chiesa  di San Giorgio di Calcaria – quella attuale risalirebbe al 1619 – nelle campagne di San Vero Milis. Cosi ci informa il primo atto di donazione ai monaci camaldolesi del Giudice di Arborea Costantino Spanu di Gallura (giudice di fatto in Arborea attorno 1199) con cui esordisce il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado. Ma Tragadori de Pau assurge, malgré lui, ad eroe eponimo dell’apicoltura sarda. Infatti  nella scheda 167, carta 72 verso –  un lungo atto di spartizione di servi tra il priore del convento camaldolese di Bonarcado Giovanni e l’arcivescovo di Oristano Torchitorio Cocco –  è insieme ad altri autorevoli come  Giovanni de Martis capo di distretto, Orzoco Camba prete di Segazus, Costantino de Porta amministratore di Santa Maria di Bonarcado, Arzoco de Muru diacono, Freari Coco maiore di San Palmerio di Ghilarza, Gavino Celle procuratore di Bonarcado, l’ultimo testimone dell’atto. La testimonianza negli atti dei condaghi era riservata ai probiviri o testimongios bonos e Trogodori de Pau dunque era uno di questi. Tragadori de Pau abiaresu, cioe apicoltore e non “custode di api” come traduce, opinabilmente, il prof. Maurizio Virdis, ordinario  presso il dipartimento di Filologie, letteratura e linguistica dell’Università di Cagliari. Questa è dunque la prima attestazione documentale (stranamente ignorata da Cherchi Paba, Cannas, Floris, Prota, Spiggia, i primi autori che si sono occupati della storia dell’apicoltura sarda) dove figura, per la prima volta, un apicoltore col proprio nome e cognome. De Pau potrebbe indicare il patronimico oppure la provenienza. Pau, l’attuale comune sul Monte Arci, famoso per l’abbondanza di giacimenti di ossidiana, in epoca giudicale era una comunità di una delle tredici regioni storiche del Giudicato d’Arborea, la curatoria di Parte Usellus. E nelle sue campagne, ancora oggi, le testimonianze della presenza diffusa delle api sono confermate dagli antichi  toponimi: sa scala ‘e su mebi, sa domu ‘e s’abi. Certamente l’apicoltore e l’apicoltura, senza dover scomodare il solito XXXI capitolo della Carta de Logu, dovevano avere non poca importanza per i giudici di Arborea se Costantino, sempre nel medesimo Condaghe, emanava un’ordinanza per la quale gli apiaresos, gli apicoltori (et issos agasones et canarios cantu aent fagere in cita de domo serviant a clesia: 131.2) erano obbligati a prestazioni personali negli apiari giudicali per quattro giorni alla settimana e il lunedì in quelli del monastero camaldolese di Santa Maria di Bonarcado. Perché titolare questa rubrica Abiaresu? All’indeterminatezza di un plurale anonimo e alla condizione servile degli apiaresos dell’ordinanza di Costantino preferiamo di gran lunga identità e ruolo di Trogodori de Pau abiaresu. Ma la ragione è anche un’altra e si ricollega all’idea informatrice che sottende la raccolta di saggi Api buridane: “Le api buridane, transustanziate negli autori, vogliono rappresentare un primo avamposto che tenti di sovvertire una diffusa quanto  commendevole vulgata; ovvero che l’universo di riflessione in apicoltura sia ristretto al solo orizzonte tecnico in un risibile escursus che va da A come acariosi a Z come zigrinatore.” Intanto il drappello redazionale della rubrica arruola, per ora, oltre allo scrivente anche Greca Natasha Meloni e Giuseppe Caddeo, ai quali saranno affidati i prossimi contributi.    Luigi Manias