La mia amica si chiama Erica, come il miele

Fa oggi il suo esordio nella rubrica Abiaresu Greca Nathascia Meloni, che attende a Vienna un dottorato di ricerca di antropologia visuale sull’apicoltura. Ha estratto dalla sua memoria un simpatico ricordo d’infanzia.

Avrò avuto sì e no sette anni e nel pulmino giallo della scuola si erano creati i soliti gruppetti di bambini, ciascuno impegnato a inventarsi qualche gioco nell’attesa di tornare a casa. Era una di quelle bellissime giornate di primavera, calde e luminose, quando l’autista, il Signor Pillai, imbocca una strada bianca molto stretta che portava in una parte del paese allora ancora rimasta fuori dall’urbanizzazione, che da lì a qualche anno avrebbe fatto crescere i confini “cittadini” della bidda. Ero impegnata a raccontare qualcosa a una bambina poco più grande di me, alta e magra, dalla carnagione olivastra e capelli neri; una bambina molto simpatica che abitava proprio da quelle parti. Poco prima di scendere le chiedo come si chiama. “Erica, mi chiamo Erica.” Che bel nome! Proprio come il miele che fanno le api di papà! Esatto, come il miele, non come l’arbusto, ma come il miele scuro e aromatico che cercavo tra i favi che mio padre, apicoltore, portava a smielare per estrarne il dolce miele. Affondare il dito nei favi appena disopercolati con la forchetta era certamente il momento più atteso di tutta la smielatura, che ogni anno si ripeteva con gli stessi ritmi frenetici del precedente, gli stessi gesti, gli stessi movimenti; ma profumi nuovi e sapori rinnovati. “Papà lo hai portato quel miele scuro che mi piace tanto? Dai, vedi questi melari, forse qualcuno c’è, in questa postazione abbiamo raccolto qualcosa.” La smielatura era uno dei momenti più belli e intensi al tempo stesso di tutta l’annata apistica. Iniziava in primavera per poi raggiungere il culmine in estate, con i melari così carichi di miele che non bastavano le mani. “Dai forza, fate spazio che ne stanno arrivando altri 100!” Nei primi anni ’90 in primavera si potevano produrre tantissime tipologie di miele: il cisto, la lavanda, l’asfodelo, il cardo, l’erica e il miele di agrumi. Poi d’estate veniva l’eucalipto. La smielatura si concludeva intorno al 20 agosto, in concomitanza con la celebrazione di Santa Lucia e l’arrivo dei primi temporali estivi. Seguiva un periodo di relativa calma prima della raccolta dei mieli di montagna autunnali e del miele amaro di corbezzolo, che chiudeva per l’apicoltore e la sua famiglia l’annata. Il miele si vendeva per tipologia, e ciascuno aveva una sua etichetta con l’immagine del fiore e l’indicazione dell’origine botanica. Ricordo che pochi anni dopo mio padre mi fece studiare le caratteristiche organolettiche dei diversi mieli perché dovevo essere in grado di descriverle ai clienti. Non era una forma di alternanza scuola lavoro, ma un semplice imparare il mestiere “andando a bottega”. Molti di questi mieli oggi sono diventati quasi introvabili, hanno perso alcune delle specificità che li rendevano unici. In alcuni casi non vengono più prodotti sia per il progressivo degrado ambientale che ha investito le campagne, sia per i cambiamenti climatici che hanno impoverito il bacino nettarifero di cui si nutrivano le api. Complici di questo impoverimento dell’agro – biodiversità della Sardegna sono forse anche le politiche di gestione del territorio, che considerano le risorse nettarifere come infinite e sempre disponibili. Erica “come il miele” scese dal pulmino giallo e io tornai a casa felice di raccontare di aver conosciuto una bambina tanto fortunata da chiamarsi come il nome del mio miele preferito.    Greca Nathascia Meloni