Les métiers se sont perdus

Eppure nei fervidi anni del boom economico la Ventura aveva assunto una posizione di sicura eminenza nel gotha della tipografia italiana grazie alla produzione di carte di riconosciuta eccellenza, esito di un’accorta filosofia aziendale.  Moderne macchine in tondo e in piano, non troppo grandi ne troppo veloci, studiate per fare della “carta buona, onesta e di prestigio”, con una capacità produttiva mai superiore ai 350 quintali al giorno. Non una grande fabbrica di carta, ma una “buona” cartiera, in grado di assecondare tutte le esigenze dei committenti. Nel 1996 il liquidatore della Cartiera, che conquistò un ruolo di assoluto rilievo nella seconda metà del ‘900 nella produzione di carta pregiata per edizioni a stampa,  è il ragioniere Pietro Fuoco, il cui cognome  – casualità onomastica che assume valenza simbolica – richiama un elemento non proprio favorevole alla conservazione dalla carta, con il nome poi pertinentissimo per un liquidatore. Perché la pietra che Fuoco pose sulla Cartiera Ventura fu lapidare. Di quella cartiera non rimangono più neanche le esiziali tracce perimetrali. Tutto raso accuratamente al suolo per far posto, li  fra le amene colline lariane, a un ridente quanto bolso quartiere residenziale (Luigi MANIAS, L’avventura della Ventura. Storia dimenticata di una fabbrica di eccellenza, in Charta, anno 23, marzo – aprile 2014: 70-73) “Vous êtes dans la bonne voie il faut tout recommencer par le commencement, car tous les métiers se sont perdus”. Così dirà Auguste Rodin a Harry Kessler al rientro a Parigi da Marly le Roy, dov’è partecipe testimone delle travagliate prove di Aristide e Gaspard Maillol nel loro primo rudimentale usine a papier; dal quale sarebbero sortiti i fogli di carta delle Egloghe virgiliane e di tutte le altre straordinarie edizioni della Cranach Presse. Enrico Tallone, erede e continuatore di una tradizione familiare  autenticamente gutemberghiana, s’iscrive a pieno titolo in questo aureo quanto strenuo manipolo dei difensori dell’umanesimo, e con l’opera sua caparbiamente contraddice il grido di dolore di Rodin. Luigi Manias