Autarchia verde

Il titolo di questa rubrica molto deve a una indicazione bibliografica regalatami a Siddi da Serge Latouche, l’alfiere globale delle decrescita felice e mio commensale insieme a Corrado Casula, fiduciario Slow Food del convivium di Oristano,  nella benemerita trattoria di Zia Luciana, al termine di una degustazione guidata di mieli sardi in occasione di Appetitosamente edizione 2014; nella quale rivendicando le sue origine bretoni – gaeliche mi aveva ricordato le virtù dell’idromele.  In realtà l’uscita di Latouche era  la replica ad una mia riflessione. Affermavo che nel secolo scorso e sino al secondo dopoguerra  le comunità rurali sarde vivevano in una condizione di quasi totale autarchia, connotata da un sapientissimo uso delle risorse naturali. Latouche confermava l’assunto attestando che a livello nazionale avveniva altrettanto, ma con uno prodigioso sforzo  di italica creatività. Con una differenza, richiamata da Giorgio Nebbia nella prefazione a L’Autarchia Verde (Jaka Book, Milano 2011), un compendioso volume di Marino Ruzzenenti: “Lotta agli sprechi, risparmio energetico, riciclaggio totale dei rifiuti, tutela e valorizzazione del suolo naturalizzato e degli alberi, dieta povera di proteine e grassi animali, vestiti con tessuti naturali, bioedilizia, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, città a misura di bicicletta, insomma tutto l’armamentario di quella che oggi è chiamata pomposamente green economy lo ritroviamo in parte realizzato, in parte progettato nella seconda metà degli anni Trenta, il periodo che il fascismo volle chiamare «autarchia». In realtà, tutte le economie sviluppate, compresi gli USA con il New Deal, risposero alla crisi del ’29 con forme diverse di protezionismo e di autarchia. Ma il «caso italiano», depurato dalle incrostazioni del regime, ha caratteristiche uniche e di assoluto interesse, perché l’Italia era pressoché priva di combustibili fossili. L’Italia, insomma, dovette far fronte alla necessità di rimodellare la propria economia e società facendo affidamento esclusivamente su risorse che, a parte un po’ di metano e di carbone e alcuni minerali, erano essenzialmente quelle dell’agricoltura e del sole; la stessa condizione che si prospetta in un prossimo futuro all’intero Pianeta con l’esaurimento dei combustibili fossili. In sostanza si trattò di un involontario e obbligato esperimento di «economia verde», costretta anticipatamente a fare i conti con i «limiti dello sviluppo». Lo studio dei prodotti e dei processi del periodo autarchico italiano», scrive Giorgio Nebbia nella prefazione, «non esenta, ovviamente, dal giudizio di ferma condanna del regime fascista, delle sue avventure razziali, militari e colonialistiche, delle sue stupidità e ignoranza. Non si tratta di rilanciare il ruralismo fascista o nazista, la virtù delle famiglie contadine, ma di riconoscere che la terra, in pianura, collina, montagna, è la base per produzioni anche tecnicamente avanzate, con vantaggi per la decongestione delle zone urbane, per la difesa delle acque e la prevenzione di frane e alluvioni. […] Volenti o nolenti, il ‘passato è prologo». Luigi Manias